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Fab Futures

19 settembre 2023

Il tema della prossima edizione di ARCHITECT@WORK Milano, in programma per le giornate dell’8 e 9 novembre, sarà Fab Futures. Iniziamo ad anticiparlo, con qualche suggestione e un breve racconto.

 

di Nora Santonastaso



La cupola del Pantheon, simbolo dell’eccellenza dell’architettura antica e dell’arte del costruire. Foto © Unsplash / Mathew Schwartz

 

Faccio l’architetto o, meglio, lo sono, come immagino molti di voi che stanno leggendo queste righe. Ho iniziato a lavorare nel 2003, dopo una laurea allo IUAV di Venezia, prima come disegnatrice e apprendista in uno studio di colleghi a Roma e, qualche anno più tardi, da sola. Mi sono lanciata con equilibrio incerto e grande entusiasmo nel mondo della matita su carta e delle linee su CAD, così precise e rassicuranti ma, molto spesso, così astratte e lontane dal cantiere e dalla sua bellissima polvere.

 

La prima cosa che ho imparato lavorando è che i problemi sono quasi sempre occasioni per migliorarsi e praticamente mai cose da risolvere e basta.

 

La seconda è che il bello che si conosce all’università - quel bello senza tempo, che vedi fotografato sulle pagine dei libri e, a volte, anche dal vero - ha molti significati; tra questi i più veri sono quelli nascosti, che hanno molto a che fare con il concetto di sistema di valori e con la possibilità di incasellare ogni cosa al posto giusto.

 

Mi spiego meglio; rileggendo quello che ho scritto mi rendo conto che tutto sembra piuttosto inconcluso e confusionario.

 

Prendiamo un’architettura universalmente conosciuta come bella, ovvero come simbolo della concretizzazione di una serie di valori senza tempo e di un insieme di saperi che, al momento della sua progettazione e realizzazione, rappresentavano una sorta di top di gamma, di estremo superiore.

 

Prendiamo il Pantheon, per esempio. Oppure prendiamo il Duomo di Milano. O ancora una qualsiasi altra architettura storica italiana bella; vi piace Palazzo Te a Mantova? Va benissimo.

 

Tutte queste architetture stanno lì e ci dicono ogni giorno, quando ci passiamo davanti, che un tempo quella era l’eccellenza e di meglio, sul piano dei valori e della realizzazione tecnica, non si poteva fare, lì e in quel momento.

 

Parlano di come era importante la prospettiva centrale, la qualità della malta e dei mattoni combinati insieme, la luce chiamata a sottolineare l’imperfetta perfezione dell’intonaco, la maestosità, il rigore, la concretizzazione di un potere, religioso o temporale.

 

Non parlano, però, di significati e valori che oggi, secondo me e secondo moltissimi altri, sono il bello e anche il buono del fare progetto e architettura.

 

Nonostante questo, le architetture del passato prefigurano una specie di schema: dicono che se si progetta e si costruisce qualcosa, questo qualcosa può essere inteso come un grande contenitore di idee e attualità, potenzialmente veicolabile all’infinito, concreto e presente come qualsiasi altra realizzazione non potrebbe essere mai.

 



Tra i valori che tessono il nuovo linguaggio dell’architettura c’è di sicuro anche l’attenzione all’uso corretto delle risorse. Foto © Unsplash / Bud Helisson


Sono sicura che nessuno di noi, davanti al PC, si metterebbe a disegnare oggi qualcosa che preveda un uso insensato di risorse, sia umane che materiali, e che, nel tempo, possa sviluppare qualità discordanti da ciò che associamo al benessere, inteso in senso ampio e non circoscritto al puro star bene fisico, mentale ed emotivo.

 

E sono altrettanto certa che non mi capiterebbe mai sotto gli occhi, sulle pagine di una rivista di settore, un’architettura incapace di integrare al suo interno l’idea di movimento e trasformazione attiva e versatile. Ciò che è oggi bella architettura si porta appresso una bella fetta di etica e condivisione; fattori che, inoltre, vanno d’accordissimo con tutto ciò che riguarda la comunicazione e lo sviluppo delle annesse nuove tecnologie.

 

La prossima edizione di ARCHITECT@WORK Italia, in programma a Milano per le due giornate dell’8 e 9 novembre all’Allianz MiCo, si snoderà intorno a un tema a cui abbiamo accennato oggi: Fab Futures. Linguaggi emergenti per le generazioni future.

 

E dato che la manifestazione, che da sempre si propone come trasversale e dinamica, si racconta anche attraverso lo strumento della newsletter che state leggendo, perché non iniziare a parlare del tema 2023 già ora? Arriveremo più preparati a Milano, pronti a scoprire insieme delle novità non solo belle e utili per il nostro lavoro, ma anche portatrici sane di innovazione buona e consapevole.

Fab Futures
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