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Il punto di vista dei grandi maestri – Ross Lovegrove

19 settembre 2023

Le tematiche ambientali e quelle relative alla sostenibilità stanno inevitabilmente coinvolgendo il mondo dell’architettura e del design. Processi, tecnologie e soprattutto nuove modalità di approccio al progetto pongono oggi non pochi interrogativi in un contesto costantemente in mutazione. ARCHITECT@WORK ha deciso di intervistare alcuni protagonisti della scena contemporanea con l’obiettivo di avviare una riflessione e di raccogliere utili indicazioni per il futuro.

 

di Enrico Leonardo Fagone

 

ELF: Cosa significa per lei l’esperienza creativa? Come è possibile coniugare nel lavoro progettuale esigenze e obiettivi diversi? E perché è così importante nelle sue ricerche il rapporto tra natura e tecnologie avanzate?

 

RL: Più ci avviciniamo ai principi biologici o non meccanici dell’evoluzione e dell’adattamento naturale, più ci approssimeremo al raggiungimento di una simbiosi con la biosfera e i suoi sistemi in equilibrio che promuovono la vita.

 

Non si tratta in realtà di un’azione superficiale, di ‘styling’ e nemmeno di un modo di espressione, piuttosto di individuare un processo di convergenza tra le diverse discipline affinché il risultato finale rispetti le leggi della natura e gli esseri viventi. Da questo modo di operare credo potrà emergere un design o un’architettura che sarà sorprendentemente interessante e potremo avere un habitat incredibilmente bello.

 


Alpine Capsule, Moritz Graffonara, Alta Badia - Italia, 2010.

 


Ilabo Shoes, United Nude, 2015.

 

ELF: Può spiegare le ragioni che guidano i suoi progetti? Qual è l’approccio metodologico utilizzato per coniugare gli scopi progettuali con la sua visione ed etica?

 

RL: I progetti in cui sono impegnato, per definizione, sono guidati dalla realtà, dal modo vivere e di lavorare e, per quanto possibile, al limite estremo dell'ingegno umano, qualunque sia la scala o la tecnologia necessaria. Ciò significa anche sfruttare tutti i vantaggi del tempo in cui viviamo con un punto di vista molto aperto e multidisciplinare. Per questo mi mantengo quanto più aggiornato possibile verso ogni forma di innovazione tecnologica e dei materiali.

 

Se osservo le mie precedenti esperienze progettuali, è come se avessi seguito una traiettoria sempre rivolta verso l’ignoto e l’ultraterreno. E ora, quando stiamo entrando forse nella fase più impegnativa della storia umana, penso più che mai che il modo in cui concepiamo, produciamo e innoviamo debba fare un passo ancora più audace verso il futuro.

 

Quasi tutto ciò che progettiamo e realizziamo oggi deve mirare a sostituire un passato talvolta illogico o almeno iniziare a risvegliare la nostra coscienza verso un futuro radicalmente diverso ed ecologicamente integrato.

 


Go Chair, Bernhardt Design, 1998-2001.

 

ELF: Attraverso i suoi progetti lei ha sempre invitato a prestare attenzione al ruolo del design per contribuire ad una vita migliore per tutta la comunità delle persone e ha sottolineato la centralità dell'individuo nel definire una relazione con la natura. L’età contemporanea sembra confermare quanto lei ha studiato e focalizzato in decenni di ricerche. Cosa direbbe alle giovani generazioni di architetti e designer che affrontano le questioni rilevanti dell'ambiente, del salvataggio della natura e dell’innovazione tecnologica?

 

RL: Grazie per questo riconoscimento al mio lavoro innanzitutto. Ha molto valore per me.

Nelle mie lezioni, nei miei TED Talks ho sempre parlato dell’importanza dell’istinto e della consapevolezza. E ho anche parlato di ‘sapere’ ma non di un sapere inteso come se la mente e i sensi fossero solo un portale per ottenere una comprensione più profonda del perché una cosa potrebbe o dovrebbe esistere. Credo che Steve Jobs ci abbia lasciato a questo proposito un insegnamento: è come se vi sia un sesto senso che può spingere le persone attraverso quelle che sembrano barriere di comprensione impossibili. Un modo di pensare molto diretto, spontaneo, libero. In effetti, fin da ragazzo, ho scoperto che stare in silenzio e osservare la natura intorno mi permetteva di considerare un orizzonte più ampio e una speculazione sui materiali e sulle forme di vita - incredibilmente difficili da comprendere e così astratte nelle loro proprietà - ma assolutamente magiche nella loro determinazione reale.

 

Ho potuto percepire così l’evoluzione creativa che accelera dall’analogico al digitale e ora nell’inevitabile convergenza dell’intelligenza naturale e artificiale.

 


SuperBiomorphic Yacht, 2023.

 

Il mio discorso al TED Global di Oxford intitolato Genesis, tenuto dieci anni fa, descriveva la necessità di creare un algoritmo capace di raccogliere tutti i dati conosciuti su un particolare prodotto, come ad esempio una fotocamera, e tutti i dispositivi di imaging ottico, per poi sequenziarli, così da arrivare nel modo più intelligente a una soluzione ottimizzata.

 

Proponendo questo principio nel progettare, privo di idiosincrasia umana, ho ritenuto fondamentale stabilire nuove regole di base che rispettassero l’ambiente, l’ecologia, l’ideologia, la biosfera, la logistica, le risorse materiali, il consumo di energia, ecc.

 

Dovrà esserci un nucleo di una soluzione definitiva per tutto, da un’auto a uno smartphone, quindi solo quando questo sarà stato individuato la biodiversità potrà essere applicata nel modo in cui si applicano i principi darwiniani della diversità, senza indebolire la bellezza della specie evolutiva originale.

 


DNA Staircase, 2001-2005.

 


Solar Tree, Artemide, 2008.

 

Oggi sono completamente immerso nel campo dell'intelligenza artificiale generativa, utilizzando i miei principi, il mio archivio e la ‘traiettoria’ a cui accennavo prima. Per quello che vedo vi è attualmente una sorta di estensione ‘quantistica’ naturale della nostra immaginazione. E questa si sta ridefinendo organicamente, morfologicamente, biologicamente ma anche emotivamente. Un processo che penso ci condurrà fondamentalmente a un nuovo ‘AIocene’, dove si interfacceranno l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale, una nuova civiltà costruita sul nuovo.

 

Ross Lovegrove

Nato nel 1958, si laurea al Politecnico di Manchester nel 1980, dove consegue il BA Hons in Design industriale. Dopo il Master in Design presso il Royal College of Art di Londra, nel 1983,  inizia a lavorare per Frog e su progetti tecnologici per aziende come Sony e Apple. Successivamente si trasferisce a Parigi come consulente presso Knoll International, dove crea ‘Alessandri’, un sistema per uffici di grande successo.

Invitato a far parte dell'Atelier de Nîmes nel 1984, insieme a Jean Nouvel e Philippe Starck, svolge attività di consulenza tra gli altri per Cacharel, Louis Vuitton, Hermes e Du Pont.

Ritornato a Londra nel 1986, lavora su progetti per Airbus Industries, Kartell, Cappellini, Moroso, Luceplan, Driade, Peugeot, Apple, Issey Miyake, Vitra, Motorola, Biomega, LVMH, Narciso Rodriguez, Yamagiwa, Tag Heuer, Swarovski, Herman Miller, Artemide, Renault, Japan Airlines, Toyo Ito Architetti, Kenzo, Valextra, GH Mumm, LG, F1, Mameha Skin, Samsung e KEF.

Vincitore di numerosi premi internazionali, molte delle sue realizzazioni fanno parte delle collezioni permanenti del Museum of Modern Art e del Guggenheim Museum a New York, del Centro Pompidou a Parigi, del Vitra Design Museum a Basilea, della Die Neue Sammlung di Monaco e del Design Museum di Londra.

 

Tutte le foto © Ross Lovegrove

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