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Se c’è qualcuno in grado di farlo, è lei

15 novembre 2022

Fino a soli 100 anni fa, il mondo dell’architettura era dominato interamente dagli uomini. In Polonia, le donne hanno iniziato a studiare architettura soltanto nel 1915. Questo, tuttavia, non significava che riuscissero a farsi strada nella professione, né tanto meno che avessero successo e facessero la differenza nella creazione dell’architettura moderna. Certamente non senza delusioni, lacrime e sacrifici lungo il cammino, oggi più della metà degli studenti di architettura sono donne.

 

Nessuno si sorprende più se una donna gestisce il proprio studio di design o l’edilizia, né se ricopre posizioni dirigenziali di alto livello. Sono proprio le donne, in misura crescente, ad avere un impatto reale sui cambiamenti che avvengono nel mondo dell’architettura, aprendo la strada verso l’architettura sostenibile in modi sempre inediti.

 

L’eroina dell’intervista è senza dubbio una di loro: Agnieszka Kalinowska-Sołtys, la prima donna Presidente in quasi 90 anni di storia dell’Associazione degli architetti polacchi (SARP), architetto, partner nonché membro del Consiglio di amministrazione di APA Wojciechowski Architekci. La Presidente del Sustainable Architecture Team del Global Compact Network Poland è stata tra i primi in Polonia a diventare BREEAM e LEED GA Assessor nel 2010, cambiando così l’approccio della mentalità relativa all’architettura nel paese. Racconta ad Anna Domin come è iniziato il suo viaggio nel mondo dell’architettura, cosa è importante per lei, cosa la motiva e cosa, talvolta, le fa perdere la speranza, la sua passione e i suoi progetti professionali.

 


Agnieszka Kalinowska-Sołtys. Foto © Bartek Barczyk


Laureatasi alla Facoltà di Architettura presso il Politecnico di Varsavia, ha completato gli studi postuniversitari in Project Management presso la SGH Warsaw School of Economics e gli studi postuniversitari in Real Estate Management presso la Facoltà di Economia dell’Università di Bioscienze di Varsavia. Deve ammettere che, una decina di anni fa, non molte donne si sono avventurate a intraprendere una carriera del genere. Cosa le ha fatto scegliere la professione di architetto? Come è stato il suo percorso lavorativo?


Come spesso accade, la scelta della professione è stata influenzata dai miei interessi all’esordio nello studio. Ho sempre avuto una mente molto tecnica, mi affascinava l’approccio alle strutture. Mi interessavano l’architettura, lo spazio. D’altro canto, mi incuriosivano anche il mondo della storia dell’arte, gli aspetti artistici. Per me, l’architettura era il mondo in cui questi ambiti si intersecavano e si fondevano, in cui credevo di poter trovare me stessa e realizzarmi. A quel tempo, non sapevo ancora come fosse la professione. Mio padre faceva il pilota e mia madre il medico, quello di cui ero certa è che non avrei fatto il medico, mentre non nascondevo il mio desiderio di diventare pilota, ma la mia predisposizione e, naturalmente, il fatto che solo gli uomini potevano fare i piloti non mi hanno permesso di scegliere questa strada.

 

Oggi, si sa, la sua scelta è fonte d’ispirazione per molte donne nonché la prova che le donne possono avere un impatto reale, forgiando valori che diventano sempre più centrali per l’architettura in tempi di crisi climatica. Il suo nome è stato associato a lungo all’impegno verso l’architettura sostenibile, come evidenzia la sua posizione di Presidente del Sustainable Architecture Team del Global Compact Network Poland, un’iniziativa delle Nazioni Unite. Quando si è rivolta al design sostenibile?



Agnieszka Kalinowska-Sołtys. Foto © Bartek Barczyk


Nel 2009, sono entrata a far parte del team di APA Wojciechowski Architekci. Era il tempo in cui apparivano i primi certificati in Europa, come il BREEAM britannico, il LEED americano o il WELL Standard. Szymon Wojciechowski stabilì che valeva la pena di interessarsi a questi temi, per vedere se tali soluzioni si potessero sviluppare nel mercato polacco. Nel 2010, ho seguito un corso di formazione, ho superato un esame nel Regno Unito e ho iniziato a insegnare a me stessa e al nostro team la progettazione secondo le linee guida per la certificazione durante il lavoro di tutti i giorni. Il tempo e il cambiamento climatico galoppante ben presto destarono anche l’interesse degli investitori per la certificazione. Nel 2010, abbiamo ottenuto la prima pre-certificazione BREEAM in Polonia. Oggi è uno standard che garantisce l’alta qualità degli edifici commerciali. Oggi, la certificazione per gli edifici adibiti a uffici è assolutamente imprescindibile, mentre sta solo emergendo per gli edifici residenziali. Dunque, quando si lavora a questioni relative alla riduzione dell’impronta di carbonio, alla certificazione ecologica degli edifici e al cambiamento climatico in genere, è impossibile non addentrarsi in questi temi e, di fatto, progredire su una scala di consapevolezza del tutto diversa rispetto a chi non si confronta tutti i giorni con tali tematiche.

 

 


Skyliner
, progetto: APA Wojciechowski Architekci per Karimpol. Foto © APA Wojciechowski Architekci


Qual è oggi il suo ruolo nel processo di implementazione di soluzioni sostenibili nello studio di APA Wojciechowski Architekci?


Mi occupo dell’attuazione di soluzioni eco-compatibili in fase di concezione architettonica. Proprio in questo stadio iniziale è estremamente importante. Il nostro ruolo consiste nell’educare coscientemente e abituare l’investitore alle soluzioni “verdi”, che sono in parte ecologiche, ma anche economiche e convenienti in termini di costi, naturalmente purché vengano introdotte nella fase iniziale del processo di investimento in modo ragionevole. Oggi, gli investitori si rendono conto che tali soluzioni rappresentano un valore aggiunto per l’investimento e, che siano certificate o meno, ripagano senza ombra di dubbio. Ovvio, va ricordato che la certificazione in sé è solo l'inizio, si può dire una sorta di strumento. Talvolta, il processo educativo stesso è più importante dell’attuazione della certificazione. Inoltre, è importante anche l’educazione in sé nel contesto del processo di utilizzo dell’edificio, con la riduzione dell’impronta di carbonio operativa. Spesso siamo miopi, consideriamo meramente il costo dell’acquisto di un appartamento, una casa. Solo in pochi si chiedono: quanto costa la manutenzione? Per quanto concerne gli edifici, la certificazione pone proprio le seguenti domande: cosa si può fare e come affinché l’edificio quando viene utilizzato mi costi meno, consumi meno energia e sia realizzato con materiali sani e duraturi? L’aspetto positivo che fa ben sperare è l’emergere di una mentalità lungimirante rispetto all’intero ciclo di vita, da ogni punto di vista.

 

Parlando dell’intero ciclo di vita, non possiamo fare a meno di chiederle se l’edilizia può essere circolare?


Il viaggio è lungo, credo che siamo solo all’inizio. Abbiamo obiettivi chiari e sappiamo dove stiamo andando. Ricordiamo che dobbiamo raggiungere la neutralità in termini di emissioni di carbonio dell’economia nazionale entro il 2050. D’altro canto, pensando all’edilizia, dobbiamo ricordare che l’intero processo di costruzione è dannoso per l’ambiente. L’edilizia è uno dei maggiori responsabili dei gas a effetto serra nel mondo. Secondo la relazione delle Nazioni Unite, la costruzione ha raggiunto livelli da record in termini di emissioni di gas serra. Il settore è responsabile di quasi il 40% delle emissioni globali di CO2, il che significa che gli edifici sono fondamentali nello sforzo di tutta Europa di raggiungere zero emissioni di tali gas entro il 2050. Naturalmente, dobbiamo ricordare che questo processo non accadrà di punto in bianco. Le emissioni devono essere prese in considerazione in ogni fase d’uso di un edificio e le modifiche stesse devono essere apportate a più livelli, tenendo conto dei limiti di non disporre delle informazioni, delle conoscenze o una metodologia specifica cui fare riferimento. Personalmente, ritengo che qualsiasi azione vada bene per iniziare, persino il calcolo dell’impronta di carbonio di un’area ben precisa per sezione e l’educazione delle persone.

 


Progetto Elektrownia Powiśle: di APA Wojciechowski Architekci per Tristan Capital Partners e White Star Real Estate. Foto © APA Minus Osiem


Attualmente il calcolo obbligatorio dell’impronta di carbonio e la presentazione di relazioni non finanziarie, tra cui rapporti su tale impronta, si applicano alle imprese con più di 500 dipendenti quotate in borsa, mentre dal 2023 si applicheranno anche alle aziende con oltre 250 dipendenti e, secondo il progetto di direttiva in materia di comunicazione societaria sulla sostenibilità, dal 2026 l’obbligo riguarderà praticamente ogni impresa con più di 10 dipendenti. Ovviamente, si tratta di requisiti di legge, ma molte aziende, nonostante non soddisfino i criteri sopra riportati, sono o saranno costrette a calcolare la propria impronta di carbonio, perché se lo aspettano i clienti, gli investitori o gli istituti finanziari, ad esempio nel caso di prestiti. Si desume facilmente che tali requisiti si applicheranno anche all’edilizia. Oggi, lavorando a un progetto specifico, prende in considerazione l’impronta di carbonio? 


Nel nostro studio, APA Wojciechowski Architekci, siamo pronti a gestire tali domande da parte degli investitori. Abbiamo imparato a calcolare l’impronta di carbonio e sappiamo come si fa, anche se naturalmente si tratta di un altro aspetto, un’altra procedura e un altro ambito in cui l’architetto dovrà trovare la propria strada. A questo punto, non solo nel nostro settore, ma anche in altri, spessissimo parliamo di misurazioni dell’impronta di carbonio laddove in realtà si tratta di stime. Un ostacolo è posto dalla disponibilità di informazioni sui singoli componenti dell’intero calcolo. Attualmente, disponiamo di informazioni sull’impronta di carbonio per meno del 20% dei materiali da costruzione. Naturalmente, possiamo utilizzare le informazioni di un prodotto identico, in un altro mercato, come la Germania, ma dobbiamo tenere presente un margine di errore per qualsiasi materiale specifico dovuto, ad esempio, ai trasporti, ai diversi requisiti energetici di una determinata fabbrica o a un diverso mix energetico in un determinato paese.

 


Progetto Riverview di APA Wojciechowski Architekci per Vastint Poland. Foto © Maciej Drążkiewicz


Lavora nel campo della sostenibilità dal 2010, sicuramente è più consapevole di altri dei limiti, delle barriere e dei compiti che ci attendono. Talvolta, non trova frustrante sapere tutto quello che si sappiamo già e quello che dovremmo fare, ma non facciamo?


Tento sempre di agire e ampliare le mie conoscenze, ma non è certo un segreto che ci sono momenti in cui mi trovo di fronte a una crisi, anche nella normale vita quotidiana. Nonostante la consapevolezza crescente, spesso mi sento limitata dal mondo in cui lavoro, proprio nella vita quotidiana, nella routine, che dovrebbe essere all’inizio di grandi cambiamenti. Cerco di scegliere soluzioni ecologiche, meno nocive per l’ambiente, ma talvolta è semplicemente impossibile, ed è proprio in questi momenti che mi sento impotente. La nostra consapevolezza come società si attesta ancora a un livello alquanto basso rispetto a paesi quali Svezia, Danimarca o Finlandia. Durante un viaggio in Scandinavia, ho osservato le comunità locali: per me rappresentano un modello da seguire e da cui trarre ispirazione, soprattutto in termini di abitudini quotidiane in materia di consumo, riciclo o lavorazione dei materiali. Generiamo ancora troppi rifiuti, sembra che sappiamo cosa fare, ma per qualche motivo non lo facciamo.

 

Nonostante queste frustrazioni quotidiane, come dice lei, agisce e con un tale successo che nel 2018 ha vinto molti concorsi, tra cui TopWoman 2018 in tre categorie: Architettura, Edilizia verde e Personalità dell’anno. Questi riconoscimenti le ricaricano le batterie?


Il 2018 è stato un anno di svolta: si è iniziato a parlare di sostenibilità. Il tema ha cominciato a destare interesse, finalmente qualcuno ascoltava, e la pandemia ha intensificato l’interesse. Aumentavano le conoscenze e gli studi in materia. Le persone hanno cominciato a interessarsi all’economia circolare, a porsi domande importanti e difficili come progettare un edificio affinché, una volta demolito, diventi fonte di materiali e non rifiuti. Anche l’educazione sta compiendo progressi. Naturalmente, premi e titoli sono gratificanti, ma quello che mi motiva davvero è la speranza che vedo nella nuova generazione, nei giovani. Per loro, le questioni climatiche sono fondamentali, la loro consapevolezza è di gran lunga maggiore. La generazione degli ultraquarantenni ha ancora la possibilità di attuare tali cambiamenti, aspetto su cui desidero richiamare l’attenzione con le mie attività. Lo noto nel nostro team in azienda, che è semplicemente fantastico e sta implementando molte iniziative ecologiche dal basso verso l’alto: la transizione alla biofilia, la raccolta differenziata dei rifiuti e la creazione di una circolarità per gli oggetti che ci circondano. Portiamo indumenti, scambiamo libri per non buttarli. C’è speranza. D’altra parte, se devo ricaricare le batterie, cerco il giusto EQUILIBRIO TRA LAVORO e VITA PRIVATA. Do sempre la priorità alla famiglia, talvolta il lavoro deve aspettare e, alla fine, non muore nessuno. Certo, si deve imparare a farlo, ma ne vale la pena.

 

Ricarico le batterie attivamente facendo sport. Sono istruttrice subacquea, skipper di motoscafi, diportista. L’acqua è il mio elemento naturale, probabilmente sulla scia di ispirazioni familiari: per mio padre era l’aria, per me l’acqua. Lo sport mi aiuta a rilassarmi e trovare la forza per andare avanti.

 


Progetto Riverview di APA Wojciechowski Architekci per Vastint Poland. Foto © Maciej Drążkiewicz


Infine, una domanda sul suo nuovo ruolo, la prima donna Presidente in 90 anni di storia dell’Associazione degli architetti polacchi. Ha ottenuto un sostegno incredibile, addirittura il 91% dei voti. Quindi, la comunità crede in lei. Quali sono, dunque, i suoi obiettivi?


Per me è un’istituzione molto importante, che in passato funzionava in modo alquanto diverso e godeva di una reputazione straordinaria. Ricordo che quando qualcuno si laureava, voleva subito unirsi alle fila della SARP e neppure allora era particolarmente facile. I tempi sono cambiati, così come il ruolo dell’architetto e le sue responsabilità. La giornata lavorativa è diversa. Oggi la SARP è considerata un’istituzione chiusa, un po’ “morta”. Gli studenti spesso non sanno perché dovrebbero aderire, perché ne vale la pena. Voglio cambiare questa situazione. Cerco idee, tra l’altro ne ho già alcune, per restituire all’organizzazione tutto il suo splendore, creare un’organizzazione attraente per i giovani architetti. Naturalmente, continuerò a porre fortemente l’accento sulle questioni legate allo sviluppo sostenibile e all’educazione in tal senso, soprattutto perché, finora, ho ricoperto la funzione di Vicepresidente per la tutela dell’ambiente e del clima in seno alla SARP.

 

Oggi, la professione di architetto è costituita da molti campi che un tempo nessuno di noi immaginava. Oggi un architetto fa il progettista, consulente, negoziatore, contabile, programmatore, manager e deve essere lungimirante, dato che deve essere in grado di vedere il futuro, il futuro sconosciuto. Ricordiamo che rimane una professione soggetta alla fiducia pubblica e alle responsabilità che ne conseguono, non possiamo dimenticarlo.

 

Nel momento in cui ha assunto la Presidenza della SARP, l’architetto Szymon Wojciechowski, Presidente di APA Wojciechowski, ha scritto nel proprio profilo su Facebook: “Se c’è qualcuno in grado di farlo, è lei” e oggi è difficile dargli torto. La ringrazio vivamente per tutto quello che fa e credo fermamente, con gioia, che la attendano ancora molti progetti di grande rilievo, che avranno un impatto significativo sulla forma dell’architettura polacca. Grazie.


Traduzione da un articolo di Anna Domin

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